Il Barese in trasferta. Riceviamo e pubblichiamo dalla professoressa Patrizia Vatinno
Paolo al pianoforte, con la sua raffinata sensibilità compositiva; Glauco alla batteria, musicista di grande delicatezza e personalità, uno di quelli che bisogna vedere suonare per comprendere fino in fondo quanto la batteria possa essere molto più del semplice sostegno ritmico. Perché ascoltare un batterista è una cosa; guardarlo suonare è un'altra. Nei suoi gesti, nelle sue pause, nella precisione e nella capacità di interagire con gli altri strumenti si comprende che la batteria può diventare racconto, colore, respiro. Forse è proprio questo uno dei segreti di entrambi: possedere una tecnica straordinaria senza mai esibirla come un trofeo. La tecnica c'è — eccome se c'è — ma non viene mai prima della musica.
Mi piace ricordare che il maestro Paolo ha mosso i suoi passi decisivi proprio nel nostro territorio: si è infatti diplomato al Conservatorio di Bari in pianoforte con il massimo dei voti, la lode e la menzione, conseguendo successivamente nello stesso istituto anche il diploma in Musica Jazz. Da qui ha preso avvio un percorso internazionale che lo ha portato sui palcoscenici e nei festival di tutto il mondo — Chicago, Spagna, Turchia, Giappone, Russia, Bulgaria, solo per citarne alcuni — attraverso formazioni e collaborazioni di enorme prestigio.
Tra tutte le sue esperienze, ce n'è tuttavia una alla quale sono particolarmente affezionata: il Trio Di Sabatino, che ha un accesso privilegiato nella mia personalissima playlist con l'album Gigi. Si tratta della straordinaria collaborazione con il grande Fabio Concato, con la rivisitazione in chiave jazzistica di alcuni dei suoi più grandi successi — Buonanotte Amore, Rosalina, Fiore di Maggio. I loro brani strumentali, poi, perle come i cinque Quaran, nati durante la pandemia, sembrano quasi quadri di un'esposizione.
A proposito di musica strumentale e, in particolare, pianistica, vi suggerisco caldamente di andare ad ascoltare sul mio canale YouTube il suo Notturno n. 3, da me eseguito, una vera e propria perla. Perché, diciamocelo: mica i Notturni belli li ha scritti soltanto Chopin!
La grandezza dei due maestri è indiscussa. Tuttavia, come tutti i grandi, capaci di ispirare, se pensate di trovarvi di fronte a uomini pieni di sé, altezzosi o irraggiungibili, vi sbagliate di grosso. I fratelli Di Sabatino sono l'esatto contrario: maestri semplici, disponibili e profondamente umani. Lo spessore umano rispecchia quello della loro musica: una trama costruita con ingegno e impeccabile professionalità, capace di arrivare all'ascoltatore con una naturalezza disarmante. Sembra accessibile, familiare, persino immediata.Invece, dietro quella apparente leggerezza, si cela un lavoro di straordinaria profondità.Paolo Di Sabatino non trascura mai, nelle sue composizioni, le origini della nostra tradizione: la centralità della melodia. Qualunque sia il genere affrontato, la melodia trova sempre la strada per parlare al pubblico, rendendo ogni passaggio più intenso ed emozionante. Anche quando la trama tecnica si fa complessa, la musica non perde mai la capacità di comunicare.
Oltre la musica
C'è un altro aspetto del maestro Paolo Di Sabatino che stimo molto: la sua volontà di intervenire nelle battaglie sociali e culturali del nostro tempo. Un musicista che non resta chiuso nel proprio mondo, ma avverte il bisogno di confrontarsi, di partecipare al dibattito pubblico e di mettere la propria esperienza al servizio di temi collettivi. È il caso del suo impegno sul tema dell'intelligenza artificiale, affrontato attraverso convegni, incontri e dibattiti. Parlare di intelligenza artificale significa toccare la pedagogia, il talento, la formazione e la struttura stessa della nostra società. Significa chiedersi che cosa sappiamo davvero riconoscere quando ascoltiamo un giovane musicista e quanto siamo capaci di comprendere la musica non solo come disciplina, ma come forma autonoma di intelligenza ed espressone.
Da questa riflessione prende il via la nostra conversazione con Paolo Di Sabatino.
L'intervista a Paolo Di Sabatino
Tanto per citare una sua canzone, “Cosa ne sarà” della musica nel prossimo millennio? Che cosa significa per lei affrontare questo concetto e perché ritiene sia fondamentale portarlo all'attenzione del pubblico?
Su AI sono sempre stato critico e spaventato. Ritengo una vera e propria truffa il poter "comporre" musica solo aprendo una App e digitando dei parametri senza avere la benché minima conoscenza della musica. È senza dubbio un'offesa verso tutti coloro che studiano, suonano e amano la musica, quella vera.
2. Da barese le chiedo: lei si è formato al Conservatorio di Bari. Che ricordo conserva di quegli anni e quanto ha inciso quella formazione nel musicista che è oggi?
Ho sempre avuto un bellissimo legame con la Puglia e ricordo con grande piacere il Conservatorio "Piccinni" di Bari e le esperienze fatte in quei luoghi. All'epoca era Direttore il Maestro Marco Renzi, al quale mi lega una stima profonda. Poi la Puglia ha continuato a fare parte della mia vita, avendo insegnato al Conservatorio di Lecce e tornando tuttora spesso in Salento per tenere dei corsi di Musica d'insieme agli allievi della cantante Elisabetta Guido.
3. Il jazz è spesso considerato un genere complesso, talvolta elitario. Lei riesce a renderlo accessibile: quanto conta mantenere un legame saldo con la melodia?
La contabilità è sempre stata una delle peculiarità imprescindibili della mia musica. Anche nel mio approccio all'improvvisazione cerco sempre di comporre in maniera estemporanea durante i miei concerti. L'ispirazione non è ovviamente sempre la stessa, ma non potrei suonare in maniera differente.
La melodia è una costante anche nelle sue collaborazioni extra-jazz. La considera un linguaggio universale?
Assolutamente si. Che sia una canzone pop (ho scritto per Mario Biondi, Grazia Di Michele, Iva Zanicchi), un brano Jazz, una composizione di stile classico, la melodia è il mio marchio di fabbrica ed è quella caratteristica che rende un brano fruibile.
5. Parlando del Trio Di Sabatino: che cosa significa condividere il palco con suo fratello Glauco e quanto il vostro legame affettivo incide sull'intesa musicale?
Sul palco mettiamo quello che siamo, le nostre esperienze di vita, la nostra sensibilità. Con Glauco c'è una intesa che va oltre la musica, ovviamente. E questo aiuta tantissimo il cosiddetto "Interplay", cioè la ricerca di un suono comune fatto di ispirazione, dinamiche, pause.
6. Nonostante i traguardi internazionali, colpiscono la vostra disponibilità e semplicità. Quanto è importante per lei restare lontano dall'autoreferenzialità in cui talvolta rischiano di cadere gli artisti?
Francamente non saprei, io mi comporto come mi viene spontaneo fare, con disponibilità e rispetto verso chiunque cerchi un contatto con me in maniera educata. E faccio quello che vorrei che gli altri facessero con me, come ad esempio rispondere a una mail o richiamare quando mi cercano. L'educazione e la gentilezza prima di tutto.
7. Lei partecipa attivamente a dibattiti su musica e società. De Gregori afferma che un artista debba restare sempre un po' fuori da certe dinamiche sociali; lei non sembra dello stesso avviso. Un musicista oggi dovrebbe avvertire anche questa responsabilità civile? E, nel mettersi in gioco, c'è un prezzo da pagare?
Io dico la mia quando sono argomenti legati alla musica e alla deriva culturale che purtroppo stiamo subendo. Ho lanciato una raccolta firme per chiedere alla SIAE di non pagare i diritti d'autore alle canzoni composte con AI ad esempio. Le questioni politiche al momento le tengo per me e ritengo comunque che gli artisti dovrebbero essere valutati e invitati nelle rassegne perché fanno cose buone, a prescindere dalle loro idee politiche. Piuttosto si dovrebbe fare qualcosa per aprire un po' di più le menti dei direttori artistici dei festival e fare in modo che diano spazio a progetti musicali interessanti, a prescindere da quanti biglietti facciano vendere gli artisti invitati. Quando si prendono soldi pubblici bisogna trovare il modo di fare divulgazione. Invece spesso ciò non accade.
8. Quali sono i suoi progetti più immediati e futuri?
Ho un canale aperto con il Brasile, grazie a una collaborazione molto intensa iniziata con Max De Tomassi, che io definisco il profeta della musica brasiliana in italia (ideatore della trasmissione Brasil su Radio 1 che conduce da quasi 30 anni), che mi onora della sua stima e della sua amicizia. Non finirò mai di ringraziarlo per avermi portato a cena con Ivan Lins a Rio, mi veniva da piangere. Tra non molto uscirà una prima produzione che ho registrato a Rio lo scorso giugno, grazie a lui e a Raphael Sant' Ana. E poi accadranno altre cose, che andranno a consolidare il mio Amore per il Brasile e per la musica brasiliana. Non sto nella pelle, devo ammetterlo!
9. Prima di concludere, una domanda inevitabile: qual è la collaborazione che porta nel cuore?
Eh, direi quella con Fabio Concato sicuramente. Un'emozione enorme arrangiare e suonare le canzoni che avevano fatto parte della colonna sonora della mia adolescenza. E devo aggiungerne un’altra: quella con il fumettista Altan, il disegnatore della Pimpa pubblicata da Panini. L’ho raggiunto a Udine e gli ho sottoposto le ninne nanne che avevo dedicato ai miei figli. È stata l’esperienza più emozionante della mia vita.
Ed è proprio riflettendo, dopo questo fantastico incontro, che si comprende la vera grandezza di un maestro: non limitarsi a eseguire, ma continuare a interrogarsi sul ruolo della musica nella società e sulla sua capacità di trasformare il nostro sguardo sul mondo.
E forse è proprio qui che ritorna il senso del titolo: la grande musica è fatta anche di tecnica, ricerca e studio, ma è la melodia, quando riesce a trovare la sua strada verso chi ascolta, a trasformare quelle competenze in emozione.
Una bellezza che Paolo Di Sabatino sa incastonare,
con naturalezza, nelle gemme del jazz.