Il Maestro Paolo Lepore: l'eleganza senza tempo che trasforma la musica in comunità (ILB)

Ci sono immagini che rimangono impresse nella memoria come note su uno spartito, destinate un giorno a diventare musica

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Il Maestro Paolo Lepore: l'eleganza senza tempo che trasforma la musica in comunità (ILB)


Riceviamo e pubblichiamo da Patrizia Vatinno


Mi rivedo ragazzina, allieva del Conservatorio "Niccolò Piccinni" di Bari, mentre assistevo alle lezioni-concerto nell'Auditorium. A guidarle era un maestro di nome Paolo Lepore, alla direzione dell'Orchestra Giovanile Pugliese: una formazione composta interamente da giovani talenti. Di lui ricordo la straordinaria maestria e un carisma che non si imponeva con l'autorità, ma conquistava attraverso l'empatia, accorciando ogni distanza tra il rigore della partitura e la nostra acerba sensibilità di studenti. Aveva il raro dono di rendere la musica accessibile senza mai privarla della sua profondità.

L'ennesima conferma di questa sensibilità l'ho avuta di recente a Conversano, nella splendida cornice della Cattedrale, in occasione dello spettacolo West Side Story organizzato dall'Associazione Banda Larga. Al termine di un'esibizione applauditissima, il Maestro ha compiuto un gesto di grande generosità e calore umano: ha donato i fiori ricevuti a uno dei tenori del suo Coro del Faro, che festeggiava l'incredibile traguardo dei 95 anni.

Un momento di profonda commozione che ha unito pubblico e artisti in un unico, grande abbraccio e che racconta, meglio di mille parole, cosa rappresenti il Coro del Faro per il Maestro: non un semplice ensemble vocale, ma una vera e propria comunità, un luogo di aggregazione e rispetto intergenerazionale dove le voci e le storie si fondono.

E dopo questa introduzione che ritengo doverosa, passo a fare una chiacchierata con il Maestro.

Maestro Lepore, il Coro del Faro è diventato un punto di riferimento per l'inclusività e la comunità. Come è nata l'idea di questo progetto così speciale?

«Mi trovavo a Parigi, nella sede dell’Orchestra Nazionale. Tra i vari programmi, notai un flyer con una domanda bellissima: "Vuoi cantare, anche se non conosci la musica? Al termine dell’anno di lezioni, canterai con un coro di professionisti e sarai diretto da...". Quella visione mi rimase dentro. Poco dopo pubblicai un annuncio su Facebook con la stessa missione e così è nato il Coro del Faro, che oggi accoglie e unisce storie e generazioni diverse.»

Ho letto il libro "Paolo Lepore e la Jazz Studio Orchestra", curato da Alceste Ayroldi, e c’è un dettaglio giovanile che mi ha colpita molto: la sua esperienza in un gruppo pop, gli Hutu Tugu. Ho persino ascoltato qualcosa su YouTube, come "Chimmè, Chimmà" e "Fino a Ieri"...

«(Sorride) Un'esperienza straordinaria, fondata insieme ad Armando De Cillis! Eravamo giovanissimi e fummo davvero a un passo da una svolta decisiva: stavamo per firmare un contratto con la gestione del celebre Piper Club di Roma, lo storico tempio del beat e del pop rock italiano che lanciò artisti del calibro di Patty Pravo, Lucio Battisti e Caterina Caselli.»

E come mai quel contratto non fu mai firmato? Ha qualche rimpianto?

«Nessun rimpianto. Da sognatore e visionario ho sempre cercato di mantenere i piedi per terra: preferii privilegiare gli studi regolari della musica, dallo strumento alla direzione d'orchestra fino alla composizione. Inoltre, sentivo una forte vocazione per l'organizzazione e la gestione dei gruppi musicali, inclinazione che mi ha portato, nel tempo, a fondare ben otto orchestre.»

Otto orchestre sono una cifra imponente. Quali sono state le realtà nate dalla sua visione?

«Ognuna di esse ha rappresentato una sfida e un tassello fondamentale del mio percorso: l'Orchestra da Camera di Bari, l'Orchestra del Teatro Petruzzelli, la Brass Symphony, la Filarmonica Mediterranea, l'Orchestra Giovanile Pugliese, l'Orchestra Sinfonica Paisiello di Taranto, il Coro del Faro e, naturalmente, la Jazz Studio Orchestra.»

La Jazz Studio Orchestra quest'anno celebra uno straordinario traguardo: cinquant'anni di attività! Ci racconta la scintilla da cui è partita questa avventura?

«Ero a Nizza per la Grand Parade du Jazz e avevo appena finito di ascoltare Count Basie con la sua orchestra e la Thad Jones & Mel Lewis Big Band. Ero elettrizzato. Tornai a Bari deciso a creare qualcosa di analogo per la mia terra: chiamai a me i migliori musicisti e amici del territorio e così prese forma la Jazz Studio Orchestra.»

Nella sua biografia emergono collaborazioni eccezionali. Quali sono i nomi che le sono rimasti più nel cuore?

«È difficile sceglierne solo alcuni. Ricordo con grande emozione il nostro primo illustre ospite italiano, Giorgio Gaslini, e il primo grande ospite internazionale, il leggendario trombettista e flicornista americano Art Farmer. Senza dimenticare altri giganti della musica mondiale come Dizzy Gillespie, Buck Clayton, Chet Baker, fino ai sodalizi straordinari con icone come Paolo Fresu, Enrico Rava e tantissimi altri maestri che hanno arricchito la nostra storia.»

Oggi la sua firma artistica è considerata un autentico marchio di fabbrica, un vero brand d'eccellenza per il nostro territorio. Ma qual è il segreto per far funzionare così bene realtà complesse e numerose come un'orchestra o un coro?

«Non bisogna mai considerare un'orchestra o un coro come blocchi indistinti. Per me sono mosaici di storie umane. Che si tratti del più giovane studente di conservatorio o dell'ammirevole tenore novantascinquenne, ciascun individuo va valorizzato nella propria singolarità. È la ricchezza delle singole persone che contribuisce alla bellezza dell'opera collettiva.»

Guardando a questo mezzo secolo di carriera, cosa le dà più gioia se pensa ai tanti talenti passati sotto la sua direzione?

«Penso di aver fatto qualcosa di buono... dare spazio ai giovani artisti, vederli crescere e progredire artisticamente mi rende felice. Offrire a tanti nomi del panorama locale la possibilità di formarsi e farsi strada anche a livello nazionale è la soddisfazione più grande che un direttore possa desiderare. Penso, per citare solo alcuni nomi, a Serena Brancale, Saverio Vurchio, Patrizia Conte e a tantissimi altri.»

Ringrazio di cuore il Maestro per la sua dinamica e generosa disponibilità. Ciò che è emerso con più forza dalla nostra conoscenza non è soltanto il valore dell'artista o del direttore d'orchestra, ma la figura di un maestro che insegna come la musica più bella non sia solo quella che si suona sul palco, ma quella che si crea e si c

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